grammatica italiana

Interiezioni

L’interiezione è una parte del discorso invariabile e ha la funzione di esprimere emozioni, stati d’animo e reazioni istintive condensate in una sola espressione, senza legami sintattici con il resto della frase.
Per essere compresa dagli interlocutori è necessario che essi conoscano il contesto. Per questo motivo l’interiezione si può definire deittica, ciò legata a un qui e ora ben determinato.





L’interiezione è in grado di assumere il significato di un’intera frase, in base all’intonazione. Funziona un po’ come con le espressioni del viso che veicolano un messaggio chiaro all’interlocutore senza il bisogno di aggiungere altro. Nel caso ci trovassimo di fronte a un testo scritto ci sarebbe invece necessità di integrare l’interiezione con qualche parola che ne specifichi il senso, non potendo basarci sul tono con cui viene pronunciata.


Negli anni, i grammatici hanno operato diverse categorizzazioni distinguendole in proprie e improprie o primarie e secondarie, ma indipendentemente dalla denominazione assegnata, è facile riconoscere due differenti gruppi di interiezioni:

  1. Interiezioni che generalmente contengono la lettera h, brevi e che assumono unicamente valore interiettivo  come oh, ahimè, ahi
  2. Interiezioni che prendono a prestito parti del discorso anche molto diverse tra loro (avverbi, aggettivi, sostantivi, intere proposizioni…) e le utilizzano con valore esclamativo o interrogativo  (bene!, evviva!, attenzione!).

C’è poi chi discerne all’interno del secondo gruppo tra interiezioni improprie e locuzioni interiettive formate da proposizioni e modi di dire (povero me!, santa pazienza!).
Oltre a questo distinguo è poi possibile operare un’ulteriore semplificazione all’interno della prima categoria: è facile individuare interiezioni semplici, composte e onomatopeiche.

Le interiezioni semplici si compongono di uno o due suoni vocalici e possono esprimere dolore (ahi!, ohi!), esitazione o impaccio (ehm, uhm), repulsione (ih!), dubbio (mah, boh), sorpresa (uh!) e tanti altri sentimenti e impulsi.


Le interiezioni composte sono formate generalmente da un’interiezione semplice in combinazione con un pronome personale oppure da due parole (ahimè, orsù, suvvia…). Anche queste voci possiedono diverse sfumature di significato in base al contesto.


Infine, le interiezioni onomatopeiche, come dice il nome stesso, derivano da suoni riconoscibili e provengono per la maggior parte dal mondo del fumetto (puah, splash, clap, toc, wow…).


Potremmo obiettare che praticamente tutte le interiezioni hanno un valore onomatopeico perché si basano sull’intonazione e il suono, ed effettivamente più che prestare attenzione alle denominazioni dovremmo avere ben chiare le distinzioni e la provenienza etimologica di queste piccole istintive parti del discorso.


È importante poi la giusta grafia delle interiezioni. Spesso troviamo errori molto gravi come ho! al posto di oh!. L’h va messa sempre alla fine (eh, beh, mah, toh…) tranne nel caso in cui ci siano due vocali come per esempio in ehi!, ahi!  e i loro composti come ahinoi!  e nel caso di ehm e uhm, dove si posiziona in mezzo.


È possibile trovare O senza h quando si tratta di un vocativo (O cari fratelli!, O amica mia!). L’imperativo alla seconda persona singolare troncata di alcuni verbi funge talvolta da interiezione come nel caso di te’ per “tieni”, va’ per “guarda (ant. varda)”. Oppure ancora dall’apocope di alcune parole come be’ per “bene”.


Molte di queste interiezioni hanno origine vernacolare e vengono utilizzate con frequenza maggiore o minore a seconda della provenienza geografica dell’interlocutore, ma ormai quasi tutte sono entrate a diritto nell’uso della lingua italiana.

Rossella Monaco


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